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Articolo Il massimo di uno spot di Riccardo Sada La (preziosa) collaborazione tra agenzie di pubblicità, case di produzione e case discografiche frutta una visibilità incredibile a tutti. E la pubblicità salverà la musica. Ancora una volta, uno spot con una melodia orecchiabile, trapanante, di quelle che soprattutto ai produttori di musica dance vengono tanto bene e tanto istintivamente. Ancora una volta una “Top Of The Spot”, forse più che una compilation, semmai il pretesto per ripercorrere ogni momento unico che la pubblicità mette in vetrina. Si vendono sempre meno dischi. E questo lo sanno tutti. C’è una realtà tuttavia che sta riabilitando l’industria musicale, soprattutto quella di nicchia: la sincronizzazione. Ovvero, associare brani esistenti a filmati; o lungometraggi o cortometraggi. Soprattutto spot, come “Top Of The Spot” insegna: fondamentale è il ritorno del diritto d’autore ed editoriale. Ogni volta che un lungometraggio viene trasmesso, uno spot irradiato, autori ed editori possono guadagnarci, non solo a livello d’immagine (tutta sana e gratuita promozione) ma anche sotto il punto di vista economico. Conoscere e sapere interpretare ogni stile e genere musicale, essere aggiornati sulle tendenze e sulle nuove sonorità nel mondo della musica ma comprendere anche le problematiche della comunicazione e del marketing entrando in sintonia con il cliente e lo staff creativo; questo è lo spirito con il quale alcune agenzie specializzate in sincronizzazioni lavorano: per creare e soprattutto cercare, nei tempi imposti dalla produzione, musiche di qualità e di forte impatto emotivo. Tali agenzie offrono consulenza musicale ed editoriale per l'utilizzo di brani discografici già esistenti assistendo il cliente nella ricerca e nelle trattative editoriali necessarie all'utilizzo. Un cane robot metallico si muove tra vari oggetti presenti in un garage, sino a mostrare la nuova versione speciale della Ford Fiesta di casa Ford: il brano di sottofondo è un jingle originale non in commercio, si tratta di “Hopscotch” nella sua Disco Version che sfrutta la creazione di John Robertson & Lisa O’ Neill. Una famiglia dorme e un piccolo esercito di peluche cammina per casa per poi entrare nel grande bagagliaio della nuova versione XL della monovolume Altea della Seat: è “Johnny I Hardly Knew Ye”, rifacimento di un canto popolare, storico e pacifista irlandese. Sono due esempi che possono tranquillamente affiancarsi a quelli più classici, immediati e usa-e-getta della dance, come il dj francese Bob Sinclar insegna, lui, re delle compagnie telefoniche, prima con Tim (“Love Generation” e “World, Hold On”) e poi con Wind (“Rock This Party - Everybody Dance Now”). Le vendite di cd singoli balzano al top. Ci sono marchi che mirano ai giovani, come Nike, Puma e Omnitel Vodafone che usano parecchia dance e pop house proprio per avvicinarsi alla young generation. Che ha portato Dolce & Gabbana, per i loro orologi D&G Time, a convocare Stefano Fontana, aka Stylophonic, per la sua “Babybeatbox”. Un singolo che la Universal ha fatto subito suo per incrementare le vendite. La casa discografica numero uno al mondo (U2, Eminem, Kanye West, Black Eyed Peas e gli Scissor Sisters, in testa alle classifiche mondiale, sono spesso sfruttati per spot), ha un scelto un interlocutore diretto per dialogare con le agenzie pubblicitarie europee. Che non dovranno più passare attraverso intermediari. Si chiama BrandAmp, sta a Londra, è leader nel ramo pubblicitario (Ford, Nestlé, Ibm, Mattel, Fiat con le polacche Blog 27 e la loro “Uh La La La”), punta sulla convergenza ed è pronta a saccheggiare (con ottime intenzioni) il catalogo della multinazionale. Così la sonorizzazione degli spot, televisivi e non, dà linfa nuova al suono di nicchia. La dance ringrazia e i sottogeneri dell’elettronica sprizzano vitalità da ogni poro. Si vendono sempre meno dischi e questo è gran problema, comunque. La realtà dell’addizione “spot più musica” sta comunque riabilitando l’industria musicale. Soprattutto quella di nicchia come la dance. E i creativi sono al lavoro. Lo spot a volte diventa base per la clip dell’artista. Telefonini e detersivi spesso affiancati da consolle e dj? Un must. Fondamentale è l’idea, il volto noto, la bella fanciulla, che si ripercuotono su un ritorno economico e di immagine che va a rinverdire la musica stessa. Audio più video. Questa associazione di valori si chiama in gergo tecnico… sincronizzazione. Dieter Meier degli Yello, sul caso, ne parlò al MusicWorks di Glasgow, in Scozia. A ogni lungometraggio o cortometraggio trasmesso, a ogni spot irradiato, una ventata di aria serena giunge sul mondo delle sette note. E questo accade anche alla dance. “La sincronizzazione? Un abbinamento tra musica e immagini che possono avere sia scopo commerciale che non, su qualsiasi supporto, dal cd-rom al Dvd alla tivù”, dice l’esperto Stefano Vaccarino, prima a Mirage, una delle società che si occupano di cercare musiche per programmi televisivi (Mediaset, La7), e da anni in Universal Music. “Determinante è l’associazione al marchio. Le agenzie pubblicitarie si occupano di questo e alle volte si utilizzano società esterne, come case di produzione, società di consulenza musicale”. Come può essere la Synchlab, la Decam, la Thang. Synchlab è una società fondamentale per le sincronizzazioni, ovvero l’associazione tra un marchio e un brano musicale. Di aziende simili ne esisteranno una decina, sul suolo italiano. Ma questa, ramificazione di Panarecord, realtà nata come distribuzione video e ceduta a Rcs, è leader nel settore. Stefano Tucciarelli, romano, adottato da Milano, classe ‘64, responsabile di Synchlab, spiega. “La musica? Si sta tentando di rianimarla in più modi e lo si dice da tempo. Di fatto non c’è una soluzione precisa. Parecchi si lamentano, sia i discografici che quelli, come me, che fanno sincronizzazione. Internet è però solo una scusa. Forse la gente si è disaffezionata della musica per parecchi motivi: il desiderio di voler possedere il vinile a tutti i costi già con l’avvento dei cd è svanito. Le cause? Una è quella di aver visto più volte delle riedizioni, in cd, di vinili con copertine agghiaccianti. Tanti altri fattori hanno fatto perdere il desiderio di avere l’oggetto in sé. Ho la sensazione che la casa discografica sia ancorata al passato. In questo modo morirà. Le indipendenti e le multinazionali devono fare un salto nel futuro. Il costo del cd è irrilevante: molte persone comprano su Internet e pagano di più. L’mp3 è uno strumento di promozione, lo scopre sulla rete. Internet è la radio del domani ma nessuno dei discografici se ne è accorto. Non puoi far pagare un dollaro un file. La Rete è un mezzo di promozione fondamentale. Tutto verrà inglobato in un solo hardware, vedrete. Facile che in un futuro prossimo potrebbero scomparire le case discografiche e arrivare dei mecenati che investiranno nella discografia valorizzando il lavoro di bravi produttori”. La sincronizzazione vivrà. “Viene fatta da anni. È un segnale per vendere dischi. Vediamo ancora oggi come e quanto vendano le varie compilation come ‘Top Of The Spot’”. Vince il media più forte? “Certo. La tivù, il cinema, la radio. E vincono le idee, con questo bilanciamento in fatto di qualità del prodotto, che ormai con un buon software si può ottenere anche in casa propria”. Nella sincronizzazione restano delle responsabilità importanti. “La decisione finale spetta sempre al cliente. Che investe sempre meno. Le radio intanto vanno dietro alle hit televisive. È aumentata la collaborazione tra le case discografiche e le agenzie pubblicitarie”. All’estero si utilizza meno materiale che proviene dai cd: infatti, si fanno delle cose ad hoc e con estrema professionalità. E questo è un dato di fatto. Gli spot storici
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