Articolo
Sono Nero 
di Marco Corona
info@marcocorona.com

Sono nero non per la crisi musicale. Sono nero, non per le serate sempre in calo. Sono nero, non per le vendite in discesa libera del vinile, cd, e ora anche del digitale a pagamento. Sono nero, non per i sound system ridicoli che campeggiano nei clubs. Sono nero, non per il pressapochismo con cui il locale è gestito da molti proprietari e AD. Sono nero, non per le serate “fotocopia” che sono sventolate in molti locali della penisola come fosse “un qualcosa di unico”, eccezionale, e che. Invece, sono il metodo più sbrigativo per riempire una scialba serata, anzi meglio, un modo per far cassa senza troppi sbattimenti. 
Non è per tutto questo che sono nero.
Sono nero perché un deejay deve essere nero. Se non nella pelle, almeno nello spirito. Nero nell’anima. Deve avere quel malsano tic che fa battere il piede a tempo, senza che te ne accorgi; oppure, quando sei in auto, pigiando il piede sull’acceleratore, facendoti procedere a singhiozzo. 
Considerazioni, queste, tanto semplici, naturali, innocenti, ma anche doverose. Per mettere i puntini sulle i. Per spiegare che “essere” deejay non nasce da una moda o “dal facile rimorchio”. Nessun dj con questi obiettivi è durato più di un paio di stagioni. Nessuna persona di questo tipo è mai stata stimata per la sua professione. Senza il soul, senza la passione per la musica, la dedizione totale in ogni sfaccettatura, sia tecnica sia culturale, nell’arte del djing, nessun personaggio è andato lontano.
Tutte queste riflessioni nell’arco della mia carriera le ho fatte più volte. Molte volte mi sono ripromesso di scriverle per Finto Figo, ma, chissà perché, poi me ne sono sempre scordato. Ciò è avvenuto grazie ad una serie di coincidenze.
Tutto, lo voglio sottolineare, ancora una volta, “è entrato in gioco” proprio per il fatto di essere nero. 
E’ capitato quando io (il primo nero), si è trovato a sorseggiare un aperitivo in una nota località di mare insieme con altri due importanti personaggi in ambito dance (vedi tre neri). Uno di questi aveva un notebook ed io, casualmente (ma non troppo), avevo con me altri cinque neri, sottoforma di un cd di Harold Melvin & The Blue Notes (il totale è salito a otto neri!). Ne consegue complice anche un tramonto da favola, l’irresistibile voce di Harold e due aperitivi a testa, che queste considerazioni sono tracimate come un fiume in piena. I piedi picchiavano sul pavimento del terrazzo di legno con una sincronia da far paura al miglior batterista dell’isola. Tutti e tre, dietro mio spunto, abbiamo iniziato a confezionare diverse considerazioni con argomenti più o meno lucidi, ma che, inevitabilmente, ci hanno portato a un fondamentale quanto essenziale considerazione: il deejay è nero. E’ una legge di Madre Natura!