![]()
|
Intervista Sagi Rei di Riccardo Sada Si chiama Sagi Reitan l’israeliano che dopo “Emotional Songs Part 2” torna a far parlare di sé con “Trilogy”, tre singoli di cui uno, “Don’t Be Shy”, scritto dall’ex Take That, Gary Barlow, ed Eliot Kennedy, già autore di tutti i successi di Spice Girls, Brian Adams, 5ive e Blue. Una decina di anni fa la grande decisione: trasferirsi da Tel Aviv in Italia facendosi guidare dalla passione per la medicina. L’inizio degli studi presso l’Università di Brescia. E la musica sempre nelle vene. A scorrere. A inondare spartiti. Esprimendo nella maniera migliore l’indole del proprio popolo. Dall’incontro tra Diego Abaribi di Melodica e Max Moroldo di Do It Yourself nasce l’idea di creare un progetto innovativo. Pensando alla Polinesia, che adora, Sagì spiega che la moda e la tendenza sono “arte”. I dj per lui sono un importante tramite. E stop. “Non ho uno stereotipo di dj senz’altro alcuni di loro sono bravi a far divertire la gente tramite la musica giusta. Le discoteche sono luoghi di divertimento che ultimamente hanno perso di valore”. Solo chill. Solo ritmi slow. “L’R&B, poi, mi piace, ha un ritmo sensuale. Non mi è mai venuto in mente di provare altri generi mi piace il rock leggero, swing, jazzy. I pezzi li scelgo in base a come me li sento a pelle, d’istinto, e in base al successo che hanno avuto in passato. Ci sono poi criteri di valutazione differenti, lo so, ma questi due sono davvero importanti. Per i testi in passato cantati da donne, be’, non c’è problema, li interpreto ugualmente: non mi sono mai posto limiti su questo. Cantare in italiano, mah, non so, nessuno me l'ha chiesto, neppure per scherzo. Cantare in ebraico, forse, mi piacerebbe qualcosa di Noa. Ma ormai penso a questa covermania, al mio modo di rivedere certi successi, che hanno ragione di esistere nuovamente quando si distaccano grazie a una veste nuova. Penso tuttavia che il prossimo album sarà composto soprattutto da inediti. Forse questa cosa delle cover è un metodo diretto e rapido per arrivare al top, è vero, si guardi a Michael Boublè per esempio”. La dance è un po’ una “prova” per gli artisti, come gli Wham, Jenny B, Raf o Alexia. “Tanti poi vanno verso il pop”. Mentre sottolinea che remixare dei pezzi del vecchio e nuovo album “non avrebbe senso, perché di cover dance ballabili è pieno il mondo”, Sagì racconta del suo arrivo in Italia. “Ho due zii che vivono a due passi da Bergamo; non volevo fare tre anni di militare in Israele e pensai di raggiungerli: là c’è sempre un po' di tensione nell'aria e dopo la prima e la seconda Intifada l’aria è rovente. Ho lasciato Tel Aviv a 16 anni. Bellissimi ricordi, quelli da tredicenne. Due volte all'anno però torno nel mio Paese. Anche in Israele non ho mai fatto il dj, tanto meno in Italia. E’ stata la madre che studiava clarinetto e fisarmonica a trasmettergli quasi geneticamente la passione sfrenata. Al primo strimpellio di chitarra ispirato dal pop degli Ottanta, tanto ballato e cantato negli ultimi anni in Israele, Sagì comprese dove lo avrebbe portato il cuore: dritto alla meta, dritto sul palco per un unplugged infinito. “Solo quando arrivai in Italia presi coscienza delle mie capacità musicali. Questo mio viaggio mi ha segnato sia a livello umano che a livello artistico”. Entrato in un coro gospel a Milano, fece qualche data in giro per l’Italia. “Contemporaneamente cominciai anche a esibirmi da solista nei principali locali del nord Italia. Grazie al sassofonista che mi accompagna nelle esibizioni, ho incontrato Cristian Piccinelli, un produttore, già affermato sia a livello nazionale che internazionale: mi fece lavorare come cantante nei suoi progetti e mi presentò i discografici di un’etichetta discografica bresciana, Melodica. Erano Diego Abaribi e Mauro Marcolin e mi proposero il progetto di cover dance in una maniera insolita. Tutti eravamo convinti dell’impatto sul pubblico e che avremmo raggiunto il cuore delle persone rendendo attuali ed eterne anche le canzoni di fine anni Ottanta e degli anni Novanta”. |