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Interviste Steve Lawler di Riccardo Sada Bisogna sempre cercare il proprio stile. Suonare ciò che veramente uno sente. E non copiare mai nessuno Steve Lawler, inglese nato a Birmingham, uno che comprava assiduamente i dischi dei Depeche Mode non può che essere un gran intenditore di musica elettronica. Iniziò a 17 anni ad utilizzare una consolle ai rave, famoso quello del tunnel M42 Motorway che si dice sia stato bloccato dalla polizia. Steve negli anni '90 si trasferisce ad Ibiza dove ottiene la residenza al Cafè Mambo con set di 7 ore, il soggiorno verrà premiato con una capatina al Pacha e con la conoscenza di Darren Hughes, promoter del Cream (ora We Love, Homelands): la notte di Liverpool diventa sua. Sempre grazie a Hughes nel '99 conquista ad Ibiza l'appellativo di "The King of Space" per la sua recidency nel club di Elvissa. Alla fine degli anni '90 inizia a confezionare le compilation dark drums e ad avere un successo mondiale lanciando la sua idea di sonorità sexydark nei mix di Lights Out per Global Underground nel 2002. Più che famose le sue recidency in svariati club, i suoi tour in nord America e le sue serate allo Space di Ibiza. Steve, tu hai iniziato a suonare nei rave illegali. “Ero molto giovane ed ingenuo. Ho cominciato a suonare che avevo 17 anni, ero troppo giovane per esibirmi in un club, in realtà ero troppo giovane anche solo per entrare in un club... Insomma i rave sono stati una buona palestra per me...avrò suonato in cinque o sei rave, poi un giorno è arrivata la polizia... un gran casino e mi è stato detto che era meglio se la smettevo...”. “Guarda, ad Ibiza suono su una terrazza, la mia attenzione si sposta sul sole, sull'ambiente e sul paesaggio che mi circonda. In Inghilterra suono all'interno di un club, quindi in un contesto molto diverso. Un club ha un atmosfera più tribale, più "dark". In un club direi si ha un'esperienza più intensa, le mie selezioni prediligono dischi dirty tribal. Ad Ibiza, suonando su una terrazza, prediligo sonorità più gioiose... più da club”. “È la mia one-night. Sono ormai due anni che va avanti, questo in realtà è il terzo”. Il The End è un club molto piccolo, nella main room ci staranno in tutto 600-700 persone e quando il club è veramente pieno ci staranno al massimo 100. Ma questo è uno dei fattori che mi piacciono di quella serata. Le dimensioni del club permettono di creare sensazioni molto intense, atmosfere da "dark room party"... la gente si perde veramente nella musica. E' una serata dove vado avanti a suonare per sei ore, all'inizio sono molto sperimentale e poi verso la fine divento più classico”. “Diciamo che suono una tribal house music sporca, morbida, sexy, provocante. Non necessariamente in questo ordine”. Hai creato le due etichette Harlem Records and Harlem Trax diventando un produttore tu stesso. “Devo dire che far funzionare un etichetta è molto più difficile di quel che pensassi. ti direi che questa cosa delle etichette è più che altro un hobby per me. Di sicuro non lo faccio per farci soldi, considerando anche che in due anni non è che abbia prodotto molti dischi... E' più che altro un modo per spingere nuovi talenti sulla scena”. “Nessun consiglio vero e proprio, se non che se vuoi veramente lavorare in questo campo bisogna tenere duro, continuare sempre ed in ogni caso a suonare... nei bar, in ogni situazione disponibile... Soprattutto però direi che bisogna sempre cercare il proprio stile, suonare ciò che veramente senti e non copiare mai nessuno, non provare mai ad essere il prossimo Sasha o il prossimo Steve Lawler”. |